Il percorso interessa in particolare i candidati più avanzati come Montenegro, Albania, Ucraina e Moldavia, mentre restano escluse posizioni specifiche come quella della Serbia.
La Commissione europea presenterà mercoledì 30 settembre le attese pre-enlargement policy reviews, il pacchetto con cui Bruxelles intende preparare l’Unione a una nuova fase di allargamento. L’obiettivo è adattare politiche, bilancio e processo decisionale a un’Unione destinata, almeno nelle intenzioni, a diventare più ampia, con i Balcani occidentali, Ucraina e Moldova al centro della strategia.
Il Parlamento europeo ha recentemente ribadito che l’allargamento deve essere accompagnato da riforme interne dell’Unione, ma anche che la mancanza di tali riforme non dovrebbe diventare un motivo per rinviare l’adesione dei paesi candidati. Al centro della proposta dovrebbe esserci l’idea di un’integrazione graduale, spesso evocata dalle istituzioni europee ma mai pienamente definita. L’ultima volta era stata menzionata dal cancelliere tedesco Friedrich Merz in occasione del Consiglio europeo dello scorso giugno, quando aveva proposto di attribuire all’Ucraina lo status di Paese osservatore all’interno degli organi a carattere più intergovernativo dell’Unione, almeno fino al completamento del suo percorso di adesione.
Attraverso l’integrazione graduale, i Paesi candidati che realizzano progressi sufficienti sul fronte delle riforme potrebbero essere progressivamente integrati in alcune politiche europee, a partire dal mercato unico, già prima della piena adesione. Si tratterebbe quindi di un’estensione di un approccio già parzialmente operativo attraverso strumenti come i piani di crescita per i Balcani occidentali e Moldova, nonché attraverso l’integrazione di alcuni Paesi candidati in programmi e infrastrutture europee. Un importante limite politico a questo approccio è già stato fissato dal Parlamento: l’integrazione graduale deve essere fondata sul merito e deve poter essere reversibile, ma non può sostituire la piena adesione. I futuri membri dovranno godere degli stessi diritti e assumere gli stessi obblighi degli attuali Stati membri e non potranno essere create categorie permanenti di appartenenza all’Unione.
La logica alla base di questo approccio è duplice. Per i candidati, Bruxelles vuole evitare che la lunghezza del processo di adesione alimenti la disillusione e intende quindi offrire risultati concreti già prima della conclusione dei negoziati. Per gli Stati membri, invece, la Commissione europea punta a costruire garanzie più solide per evitare che un Paese, una volta entrato nell’Unione europea, possa fare marcia indietro sul percorso delle riforme democratiche.
Inoltre, nelle pre-enlargement policy reviews, la Commissione Ue dovrebbe proporre una serie di misure transitorie relative alla Politica agricola comune e alla Politica di coesione, con l’obiettivo di tutelare gli interessi degli attuali Stati membri. I Paesi che fanno già parte dell’Unione hanno infatti espresso preoccupazione per il rischio di una riduzione dei fondi destinati agli agricoltori e alle regioni che oggi ne beneficiano, a causa dell’ampliamento della platea dei destinatari, nonché per possibili squilibri nella distribuzione delle risorse. Se questi aspetti non saranno adeguatamente affrontati, potrebbero spingere alcuni Stati membri a opporsi all’adesione di un nuovo Paese nella fase decisiva del processo, quella in cui è richiesta l’unanimità degli Stati membri per approvarne l’ingresso.
