Il rapporto della Commissione europea evidenzia le criticità esistenti di un sistema Paese che registra pochi e insufficienti progressi in materia di piena legalità e tutele complete per tutti.
Il capitolo dedicato all’Italia nel 7° Rapporto sullo Stato di diritto, pubblicato dalla Commissione europea, riconosce progressi significativi nella digitalizzazione della giustizia e nella riduzione dell’arretrato giudiziario, ma segnala ritardi persistenti sul contrasto ai conflitti di interesse, sulla regolamentazione delle lobby, sulla trasparenza del finanziamento politico, sulla tutela dei giornalisti e sulla creazione di un’istituzione nazionale per i diritti umani. Il quadro tracciato da Bruxelles è quello di un Paese in cui, si legge nelle raccomandazioni allegate al Rapporto, "non si sono registrati progressi" su diversi dei nodi già segnalati negli anni precedenti.
Sul fronte della giustizia, la Commissione Ue rileva che il reclutamento di magistrati e personale amministrativo “continua a un buon ritmo”, con l’obiettivo di colmare carenze che restano tuttavia consistenti. I progressi più rilevanti indicati nel Rapporto riguardano la digitalizzazione: il flusso del processo penale di primo grado sarebbe ora “completamente digitalizzato”, con la piattaforma digitale diventata il principale sistema operativo per giudici, pubblici ministeri e avvocati. Restano tuttavia da digitalizzare i giudizi di impugnazione, le misure cautelari e l’esecuzione delle sentenze, e la Commissione europea raccomanda di “completare il sistema digitale di gestione dei procedimenti in tutti i gradi di giudizio”.
Sui tempi della giustizia, Bruxelles osserva che “la durata dei procedimenti giudiziari rimane un problema serio”: alla fine del 2025 un procedimento civile e commerciale nei 3 gradi di giudizio richiedeva in media 1.789 giorni, oltre 4 anni e mezzo, un dato in calo del 28,8% rispetto al 2019 ma ancora tra i più elevati dell’Unione. Più favorevole la valutazione sui procedimenti penali, scesi a 958 giorni, con una riduzione del 31,2% rispetto al 2019, superiore all’obiettivo del 25% fissato dal Pnrr. Il Rapporto ricorda inoltre che la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri “non si è concretizzata” dopo la bocciatura nel referendum del 22 e 23 marzo 2026.
La Commissione europea accoglie positivamente la nuova strategia nazionale anticorruzione 2026-2028 e il lancio del Portale unico della trasparenza gestito dall’ANAC, ma evidenzia l’assenza di passi avanti sulle norme relative ai conflitti di interesse. L’Italia, sottolinea il Rapporto, continua a essere priva di “regole complessive sui conflitti di interesse per i titolari di cariche politiche”, compresi i parlamentari: il disegno di legge già approvato dalla Camera nel maggio 2024 è ancora fermo al Senato. Bruxelles esprime inoltre perplessità per la cancellazione, nell’agosto 2025, dei vincoli post-incarico per amministratori locali e regionali, che ora possono assumere incarichi dirigenziali in società pubbliche senza periodo di incompatibilità, una modifica contestata da ANAC e organizzazioni della società civile.
Un progresso limitato è stato registrato sulla regolamentazione del lobbying, con una proposta di legge approvata dalla Camera e ora all’esame del Senato, che introduce alcuni obblighi di trasparenza per i rappresentanti di interessi. Il testo esclude tuttavia sindacati e associazioni datoriali, non introduce una vera impronta legislativa e non obbliga le società di lobbying a indicare per conto di chi operano: per Bruxelles la mancanza di una disciplina complessiva resta “una delle principali carenze del sistema nazionale di integrità”. Nessun progresso, infine, sul finanziamento di partiti e campagne elettorali: Bruxelles segnala che non sono stati adottati interventi contro la pratica di convogliare le donazioni attraverso fondazioni e associazioni politiche, un sistema che può “ostacolare la responsabilità pubblica” e determinare “un’influenza sproporzionata dei donatori privati sull’agenda politica”, e raccomanda la creazione di “un unico registro elettronico” sul finanziamento della politica.
Sulla sicurezza dei giornalisti la valutazione è particolarmente critica: attacchi fisici, minacce, intimidazioni e azioni legali temerarie restano “una fonte di preoccupazione”. Nessun progresso viene inoltre registrato sulla riforma della diffamazione, del segreto professionale e della tutela delle fonti, con il relativo disegno di legge ancora fermo al Senato. La Commissione Ue considera positivo il superamento della pena detentiva per la diffamazione a mezzo stampa, ma segnala che le sanzioni pecuniarie possono produrre “un effetto dissuasivo sulla libertà di stampa” data la precarietà economica di molti giornalisti, e raccomanda di “portare avanti la riforma della diffamazione garantendo la libertà di stampa”.
La Commissione registra solo progressi limitati verso la creazione di un’istituzione nazionale indipendente per i diritti umani, con diverse proposte di legge ancora pendenti in Parlamento. L’Italia ha compiuto secondo Bruxelles “solo i primi passi preparatori” per l’istituzione di un ente conforme ai Principi di Parigi delle Nazioni Unite, restando tra i pochi Stati membri a non disporne. Si raccomanda quindi di istituire una National Human Rights Institution indipendente, dotata di mandato, risorse e garanzie adeguate.
Il Rapporto segnala infine le preoccupazioni espresse dagli interlocutori consultati per il ricorso eccessivo ai decreti-legge e alle questioni di fiducia, nonostante i primi tentativi della Camera di limitarne l’utilizzo. La Commissione europea richiama in particolare i decreti sicurezza del 2025 e del 2026: il primo, convertito in legge, ha introdotto il reato penale di blocco stradale, punito con la reclusione da 6 mesi a 2 anni, aumentata in caso di blocco compiuto in gruppo; il secondo ha introdotto il fermo preventivo, che consente alle forze dell’ordine di trattenere per accertamenti fino a 12 ore le persone ritenute potenzialmente pericolose. Su questi provvedimenti Bruxelles esprime “preoccupazione per gli sviluppi relativi alle restrizioni al diritto di protesta e al loro possibile impatto sullo spazio civico e sull’esercizio dei diritti e delle libertà fondamentali”.
