14/09/2021 - Migranti, flop dell'Ue sulla politica di cooperazione con i Paesi terzi sui rimpatri.

Solo 1 migrante su 5 fa ritorno in patria. Il report della Corte dei conti europea boccia Italia e Grecia.
 
"Dal 2008, ogni anno circa 500.000 cittadini non-Ue ha ricevuto un'ingiunzione a lasciare l'Unione perché vi era entrato o soggiornava senza autorizzazione. Tuttavia, meno di 1 su 5 è effettivamente ritornato nel proprio paese al di fuori dell'Europa". Lo rileva l'ultimo report sulle riammissioni della Corte dei Conti Ue, che sottolinea le "inefficienze nella cooperazione con i Paesi terzi per il rimpatrio dei migranti irregolari".
 
L’Italia e la Grecia risultano tra i Paesi Ue che riscontrano maggiori difficoltà nel rimpatrio degli irregolari. Citando una precedente relazione, la Corte ha ricordato che i principali problemi dei 2 Paesi che si affacciano sul Mediterraneo centro-orientale sono “la durata della procedura di asilo”, seguita da “collegamenti mancanti tra le procedure di asilo e di rimpatrio che ostacolano il coordinamento e la condivisione delle informazioni”. 
 
La Corte ha fatto notare come nemmeno gli Stati extra-Ue legati a obblighi di riammissione abbiano rispettato gli impegni presi. L’Afghanistan è in cima alla lista di Paesi che avrebbero dovuto riaccogliere più cittadini illegalmente espatriati verso l’Europa. Dal 2014 al 2018 la media annua di migranti irregolari nell’Ue non rimpatriati in Afghanistan è stata pari a 25.620, mentre verso Kabul sono rientrati una media di 3.924 cittadini all’anno. Anche la Siria avrebbe dovuto riaccogliere ogni anno 25.199 suoi cittadini presenti illegalmente sul suolo Ue, ma i migranti che hanno fatto ritorno nel loro Paese d’origine sono stati solo 1.793 all’anno. Il primo Paese per migranti rimpatriati dall’Ue è invece il Marocco, che ha riaccolto una media di 9.810 persone ogni anno a fronte di una media di irregolari non rimpatriati pari a 23.287 ogni 12 mesi.
 
Difatti una delle cause del basso numero di rimpatri di migranti irregolari è la difficoltà a cooperare con i loro Paesi di origine, spiega la Corte. In particolare, “i negoziati si bloccano spesso su alcuni persistenti punti controversi”. D’altro canto, precisa la relazione, le trattative sugli accordi di riammissione giuridicamente non vincolanti “hanno avuto maggiore successo, soprattutto grazie a contenuti flessibili e adattabili alle singole situazioni”. Di qui la raccomandazione di adattare gli accordi alle “caratteristiche specifiche della cooperazione con il Paese terzo” e “in caso di lunghi e infruttuosi negoziati, approvare una procedura per pervenire, ove opportuno, a meccanismi di riammissione alternativi” 
 
L’altra “debolezza evidenziata nella relazione” è costituita “dalla mancanza di sinergie all’interno dell’Ue stessa”. L’Ue non parla sempre “con una sola voce” ai Paesi non-Ue, ha rimproverato la Corte, “e la Commissione europea non si è sempre associata agli Stati membri chiave per facilitare il processo negoziale”. Di conseguenza, alcuni Paesi terzi ritengono che un accordo di rimpatrio non offra alcun valore aggiunto rispetto alla cooperazione bilaterale, in particolare quando beneficiano di generosi accordi bilaterali con alcuni Stati membri.